Tempo determinato: quando vale la clausola che stabilisce il termine del contratto
La sentenza delle Sezioni unite civili della Cassazione del 22 febbraio 2023 ha stabilito che la validità della clausola che stabilisce il termine di un contratto di lavoro a tempo determinato deve essere valutata in base alla legge vigente al momento in cui si instaura il rapporto di lavoro.
In questo modo si applica il principio tempus regit actum, ovvero il tempo regola l’atto, per definire la legittimità delle conseguenze dell’invalidità di un contratto a termine.
La sentenza è stata emessa in seguito al ricorso di un lavoratore, impiegato come macchinista con contratto a tempo determinato di cinque anni presso una fondazione lirico-sinfonica.
La Corte d’appello, nell’affrontare la domanda del lavoratore, ha ritenuto applicabile anche l’articolo 3, comma sesto, del decreto legge 64/2010, pur essendo il rapporto instaurato in epoca anteriore. Tuttavia, secondo la Cassazione, la Corte d’appello ha sbagliato, poiché il principio di riferimento deve essere la disciplina vigente al momento della stipula del contratto.
Nel caso specifico, la sentenza ha stabilito che l’articolo 1 del decreto legislativo 368/01, nel testo anteriore alle modifiche apportate dalla Legge Fornero, è determinante. Questa disposizione impone di specificare nel contratto le ragioni tecniche, produttive, organizzative o sostitutive che giustificano l’assunzione a tempo determinato.
Nel caso della fondazione lirico-sinfonica, non è sufficiente indicare solo lo spettacolo o l’opera da rappresentare, poiché ci sono ragioni oggettive che giustificano il ricorso al rapporto a tempo determinato per la produzione di una serie di rappresentazioni in ogni stagione.
Nonostante ciò, il macchinista non ha diritto alla conversione del contratto a tempo indeterminato, poiché ci sono norme imperative di settore che subordinano l’assunzione a concorsi o selezioni pubbliche. Tuttavia, ha diritto al risarcimento del danno per la reiterazione dei contratti in assenza di ragioni temporanee, con esonero dall’onere probatorio nei limiti previsti dall’articolo 32 della legge 183/10. È possibile anche ottenere il ristoro di eventuali ulteriori pregiudizi, diversi dalla mancata conversione, se allegati e provati. La decisione è stata rimessa al rinvio.
Avvocato Ester Cattaneo